> il mondo perfetto: febbraio 2013

27 feb 2013

Un commissario in pensione

Mi piacerebbe raccontare di un commissario in pensione che si trova a rimettersi al lavoro, indagando su un omicidio,uno di quei gialli di provincia che nessuno sa(o vuole) scrivere più.Il fatto è che il protagonista della nostra storia è un commissario ed è veramente pure in pensione.Vive in provincia da anni. Però non indaga su nessun morto ammazzato e passa le sere in casa,davanti al camino, a spostare le cataste di legna.Quando è estate la scena non cambia, solo che il camino è spento.Ma la nostra vicenda si svolge in pieno inverno,diciamo nel mese di gennaio.Il commissario (di cui è prudente non fare il nome) ha smesso di operare sul campo ben prima di andare in pensione.Aveva circa quarant’anni quando testimoniò contro un poliziotto che aveva sparato a una militante della sinistra extraparlamentare.Quel “colpo di testa” lo aveva fatto diventare inviso a tutti i superiori e pure ai colleghi.”Colpo di testa” ripetevano sempre nei meandri del Ministero.Lo avevano convocato a Roma per la classica lavata di capo.Il funzionario lo aveva fatto accomodare in una stanza color nocciola.Il commissario(era diventato tale da meno di un anno) aveva la barba e gli occhi persi nel vuoto.”Lei ha avuto un colpo di testa che non è lecito aspettarsi da un uomo di quaranta anni”


“Ne ho solo trentotto” avrebbe voluto dire al funzionario ma non era tipo di molte parole.Amava i fatti


“Si rende conto?”aggiunse il funzionario.Aveva gli occhi azzurri e, solo in un secondo tempo,il commissario si accorse che aveva un tic per cui l’occhio destro, ad intervalli regolari, rimaneva chiuso più dell’altro.


“Si?” disse il funzionario portandosi leggermente verso il volto del commissario,l’occhio destro chiuso.


Non sapendo altro che i fatti il commissario li ripetè.Lo aveva fatto miriadi di volte nella città di ******* ma i giudici non gli erano sembrati attenti come ora il funzionario.


“ Erano le 11 e 40 del mattino quando il sottoscritto si trovava nella pizza di ****** e osservava lo sfilare della manifestazione.C’erano scontri rilevanti così io ed alcuni colleghi, che coordinavamo la sicurezza,scendemmo dall’auto per mediare con i leader della protesta per far evacuare i manifestanti dal centro del corteo fino al quartiere di **********.La risposta fu positiva.Mentre avveniva tale spostamento,prima di indietreggiare, una decina di appartenenti alle forze dell’ordine si posero verso la parte  laterale dei manifestanti e  vidi, nettamente,un poliziotto, che riconobbi come******* ********,sparare un colpo ad altezza d’uomo.La ragazza a terra.Ero a non più di dieci metri da lei e, quindi, a una dozzina da..dall’omicida…allora…


“Non usi quella parola in mia presenza,******!”


Una regola quasi fissa delle anime chete è quella di esplodere, con le parole,quando la misura è colma.


“E come cazzo lo dovrei chiamare, signore?Me lo dica lei!”


Ora entrambi gli occhi del funzionario sembravano chiusi.Stava osservando, come un entomologo,il suo subordinato,l’azzurro delle iridi era scomparso, si era quasi del tutto alzato dalla sedia.Sembrava una statua di sale sul punto di decollare.Il commissario pensava che, se non ci fosse stata di mezzo la morte di una ragazza innocente,quella scena era perfino comica.Alla fine il funzionario riprese posto sulla sedia.


“Lei ha rovinato il buon nome delle forze di sicurezza.Spero sia consapevole di quello che ha combinato,******”


“Io ho fatto il mio dovere”


“Lei sarà presto trasferito nella cittadina di ******* .Non è lontana dal suo paese natale, ne sarà contento”.Il funzionario mise in quest’ultima frase tutto il sarcasmo di cui era capace.


“Devo parlare con il Ministro dell’Interno”


“Ha cose più importanti da fare.Le ho già assegnato una settimana di ferie.Tra sette giorni si presenterà alla prefettura di ******* per la prassi di rito”.


 


                                             ****


Nella cittadina c’era rimasto per sei anni a timbrare i passaporti.Appena raggiunta l’età per la pensione minima,il commissario si ritirò nella casa dei suoi genitori,morti durante la guerra,dove è cominciata la nostra storia.I contatti con il suo paese d’origine si erano rarefatti,negli anni.Restava solo qualche telefonata con una vecchia zia,la sorella maggiore della madre.Oggi il commissario ha da poco superato l’età in cui sarebbe andato davvero in pensione se le cose non si fossero messe in modo tragico.Non aveva più avuto notizie dell’omicida ma avrebbe giurato che avesse fatto carriera.Il Ministero dell’Interno di allora era morto, e così gli altri che sapevano quel nome.La madre della ragazza l’aveva vista una volta in televisione, anni prima.Poi il caso, come si dice, si sgonfiò.Ma lui non l’aveva dimenticata.Non c’erano più gli incubi ricorrenti(chissà se l’assassino li aveva, o chissà,piuttosto, se li aveva mai avuti) questo era vero ed inoppugnabile,ma continuavano i capogiri; e continuava a sobbalzare quando incrociava una ragazza con quei lineamenti.Nel paese non aveva amici ma nemmeno nemici. I suoi rapporti si riducevano agli avventori del supermercato e dell’ufficio postale.Il commissario del paese lo conosceva di vista e, benché fosse una città di provincia,lo incontrava di rado.Una volta gli era giunta una convocazione come giudice popolare in un processo per un delitto d’onore-come qualcuno lo chiamava ancora,perfino lì, al nord.Aveva cestinato la lettera ed inviato un certificato di depressione.Il medico di base non conosceva la sua storia ma si erano capiti con un’occhiata.Eccolo là,il commissario in pensione, lo ritroviamo fermo a smuovere la legna nel camino,in un’inverno qualsiasi di questi anni freddi.


                                ****


La notte non usciva mai.Aveva da anni imparato a vivere senza una donna.L’infermiera, la commessa viaggiatrice,l’insegnante di passaggio,la donna di passaggio,la russa che voleva un figlio,erano oramai tutte figure sbiadite nella sua vita organizzata di scapolo.La zia era in un’ospizio in città,la andava a trovare una volta all’anno.In realtà erano vistite perfettamente inutili perché la donna non lo riconosceva.Ma forse lo faceva per sentirsi a posto con la coscienza.O per noia.Quando quella sera sentì bussare alla porta erano le dieci.Andò ad aprire lentamente: doveva essere quell’impicciona della vicina, a chiedere qualcosa o a sapere perché non si vedeva in giro.Una buona diavola,in fondo ma pur sempre un’invadente di prim’ordine.Aprì di scatto(le prudenze del servizio di un tempo erano sparite come neve al sole) e si ritrvò di fronte una ragazza.Sobbalzò.Non ebbe però tempo per stupirsi troppo.Era vestita con un maglioncino e aveva i capelli neri, poteva avere si e no vent’anni.La ragazza non aggiungeva nulla, rimaneva sulla porta.


Gli ricordava tante ragazze viste negli anni,nelle piazze e nei cortei.Si sentì una fitta al cuore, rivide il colpo,la sua sottoscrizione sotto la denuncia,le prediche di colleghi e superiori, rivide perfino quegli occhi azzurri semi aperti che lo scrutavano e gli dicevano, a brutto muso, che posto per quelli come lui,non c’erano.Gli sembrò un secolo.Se soffrissi di cuore sarei già morto,si disse.Per scuotersi, finalmente, prese una sedia come se non l’avesse mai vista, e guardava in basso verso le mattonelle scheggiate e  polverose.La ragazza guardò la sedia e poi scosse di nuovo la testa. Fece cenno che voleva scrivere: e scrisse in fretta sul tavolo dell’ingresso, dove c’era una vecchia “settimana enigmistica” e una matita.Passò all’ex commissario, sotto il naso,un foglio: “Mi hanno violentata” a caratteri minuti ma non sbilenchi.Non sapeva cosa dire, si sentì stupido.


“Se credi andiamo subito dal commissario,non è lontano, ti accompagno io”facendo finta di non ricordarsi i suoi reumi e che non aveva la macchina.La ragazza di nuovo scosse la testa.Fece cenno con le due mani addosso alla tempia sinistra, che voleva dormire.”Domattina all’alba andiamo a denunciarli”.Non seppe nemmeno lui perché aveva parlato al plurale.La ragazza, così comune e così familiare, fece un sorriso che,a una persona più giovane poteva sembrare un normale sorriso, ma era invece un mesto digrignare dei denti,come di chi non può più gridare.Le fece strada nella camera da letto. “Tu dormi qui.Ora ti porto un pigiama”.Ancora quel digrignare, e quello scuotere la testa.”Ok, dormì così, come vuoi” e la salutò con un cenno della mano.”Una coperta in più però te la porto” e senza attendere risposta corse all’armadio.Quando si girò lei già dormiva.Rimase con la coperta in mano,un istante.Gliela appoggiò sulle spalle(la ragazza dormiva con la faccia sul cuscino, di schiena).Tornò nel salone  a rimestare la legna nel caminetto ma, come spesso accade alle persone più sensibili,non potè riprendere in pace il corso delle cose che stava facendo prima di quell’inedita visita.


                                ****


 


Non chiuse occhio.Alle sei andò a prepararsi un caffè.Quando raggiunse la camera da letto c’era la coperta ma non lei.Corse per le poche stanze della casa, e poi fuori.Prese la bici, fregandosene dei reumi e mezz’ora dopo era alla stazione di polizia del commissariato di ******. Il commissario ancora non era lì,parlò con il vice.La sua storia,mentre la esponeva, gli sembrò incompleta e stupida,con tante lacune.Ma il vice non sembrò notare tutto questo.Prese un foglio dall’archivio e disse “Nessuna denuncia nell’ultima settimana”.”E’ un paese ce non da problemi questo”si sentì in dovere di aggiungere.Passò la mattina e il primo pomeriggio a girare la città, fino a poco prima del crepuscolo.”Me la sarò sognata”.Rientrato a casa si disse che sarebbe andato dalla vicina: se l’avesse vista,pur non chiedendoglielo, direttamente, avrebbe fatto qualche allusione.Andò a domandare.come nell’unico precedente, se avrebbe lavato lei le scale il giorno dopo,perché lui era raffreddato.Scese al piano di sotto e bussò:”Arrivo arrivo” già gracchiava la donna.Aprì lentamente, come stupita.E la sua risposta confermò il suo essere all’oscuro sulla sua visitatrice.


 “Le scale…e ogni giorno è più dura…”.


”Si, grazie, grazie ancora.”


“Scusi, se mi permetto…”


“Si?” fece il commissario in pensione, già quasi con le spalle alla vicina


“Cos’è..non mi prenda per invadente…cos’è questo profumo da donna che ha addoso? Lo porta lei?”


                                   ****


Lui passa ancora i suoi inverni a spostare la legna, a pensare, a disinteressarsi di tutto, perfino dei suoi rimpianti.Per un po’ ha cercato di trovare la ragazza, ha sperato che lei tornasse.E’ anche ritornato alla stazione di polizia;niente.Conserva ancora, quasi gelosamente,la rivista in cui lei scrisse “mi hanno violentata” a lettere flebili ma ferme.Ora è uno di questi inverni che sanno di provincia e di bar stipati,una di queste sere in cui si aspetta solo che la nebbia faccia il suo solito dovere. Una di queste sere in cui i ritagli di giornale con le notizie sui collettivi autonomi o le vittime della sicurezza sembrano bruciarsi,e non si sa se a bruciare siano loro o soltanto i rimpianti.E’ in una di queste sere che il commissario in pensione si guarda attorno (come se fosse indeciso se cacciare i ricordi, come mosche, o farli tornare, come farfalle )e gira la pagina di quel vecchio numero de “la settimana enigmistica”.Rilegge quella breve frase e, con la stessa matita,ormai smozzicata,aggiunge “GIUSTIZIA”.


dedicato a Giorgiana Masi


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Giorgiana Masi

22 feb 2013

Il peso delle opinioni

Tutto il peso delle tue opinioni


In mezzo a tutti questi cloni


Sempre senza guardare la corrente


Nei giorni cattvi e in quelli buoni


Se ascolti bene questi tuoni


In lontananza, dalla stanza dei bottoni


Quella che decide cosa devi pensare


Quella che decide cosa devi comprare


Quella ce ti vuole comprare


Vuole farti un’offerta che non puoi rifiutare


Come un’isola perduta nella notte,in  mezzo al mare


Resisti, e non lasciarti fregare


Attento: vogliono metterti una corda al collo per farti affogare


Attento:vogliono metterti una lavatrice dentro al cervello


Per stabilire loro cosa è brutto e cosa è bello


La tua idea la sacrificano come un vitello


Non rispondere ai sondaggi Doxa


Sono emozioni da poco, come canta la Oxa


Nulla è sicuro: solo l’Amore e la fossa


Non permettere che si trastullino con i tuoi pensieri


I cattivi profeti stanno tutti-stretti-nei cimiteri


Non credere neppure per un momento ai loro sguardi seri


Potrebbero sparare cazzate per giorni interi


E’ così che si costruiscono i più decadenti degli imperi


Fai bene ad essere frastornato e se non ti ci ritrovi,


Dentro i loro covi,scappa via tra i rovi


Lo diceva pure Guccio tempo fa


Che esistono i carcerieri della tua libertà


Sono dentro ogni conformismo,giù, fin dentro al tuo cuore


Vorrebbero spacciarti per arte pure i talent e la tv del dolore


Spetta a te porre un argine


Ricordando che c’è una compagine


Chiamata maggioranza


Si…si è proprio chiusa(da sempre) nella stessa stanza


Come un rozzo mentecatto


Come il topo nella camera di “1984”


Ma questo può essere solo il primo atto…


Spetta a te scappare o magari volare


Non essere uno zero,fai come canta Zero,non diventare un uomo da bruciare


Attivandoti per il loro funerale


Fagli capire che sulla tua strada non ci si può accampare


Lo decidi tu con la tua coscienza ciò che è bene e ciò che è male


Tutti uguali :


Senza nessuna distinzione


Anche se sembra che l’abbiano buttata al cesso (la Costituzione)


Per poi ricordarsene in qualche vuota manifestazione


Guarda in alto,la luce dei lampioni


E’ artificiale, come i giornali e le televisioni


Tu, se vuoi,puoi orientarti con le stelle e i loro raggi


Aggirarti da uomo libero in questi paludati paraggi


Bruciando le idee preconfezionate e i sondaggi


Pulisci la tua pelle come si fa con stupidi tatuaggi


Sarà dura diventare saggi


Ma sempre meglio che ti atteggi


Dentro a tutte le certezze indottrinate


Che lo Stato ti butta addosso come palate


(Devo dirti di cosa?)


Fai una bella cosa e inizia


A dimenticare


Tutte le cose che non si possono provare


Eri troppo pigro per controllare


E su questa inedia loro sapevano di poterci contare


Su questa paludata ignoranza


Così ti hanno chiuso la porta della stanza


(In faccia)


Dicendoti “questa è la verità!”proprio come una minaccia


Mostrandola sempre di spalle e mai di faccia


Se sarai un uomo nuovo-che piaccia o non piaccia-


La tua testa non sarà più una riserva di caccia


E il peso delle loro opinioni sarà solo una goccia.


 


 


I carcerieri di una società


Ti impediranno di cercare il sole


(Francesco Guccini, “La tua libertà”)


21 feb 2013

Dalla provincia(con dolore)

Non importa se Napoli o Roma


E’ come se fossi uscita dal coma


Ma oramai nessuno-pensi- ti doma


Non vuoi più essere una donna da soma


Forse è stata una rinuncia


Andartene dalla provincia


Quell’ambiente che ti giudica e ti lincia


Una nuova storia-ripensi-che comincia


Ti hanno sempre detto quelle facce da puma


Che assomigliavi troppo a Marina Suma


Tu dicevi si ma eri lontana come la luna


Ti dicevi che non avevi possibilità alcuna


Di tornartene da dove eri venuta


Gli uomini ti dicevano “sei venuta?”


Come fossero dentro una poesia di Sylvia Plath


Invece che dentro a una grigia realtà


Tu rimanevi proprio immobile,là


Pensando proprio a quel bambino


Come una foto sfocata scattata dal destino


Ridevi,scopavi,ridevi, ti mettevi in posa,


Aspettando le occasioni sbagliate


Non credevi più alla poesia né alla mimosa


Chi ti chiama “ehibella” ,e chi ti chiamava Rosa


Adesso tu che piangi è tutto quanto un sogno


Non hai già più lacrime ma solo il bisogno


Di uscire dal bagno e schiudere il tuo pugno


Per andartene mano nella mano nella mano


Dove gli sbagli non si pagano con interessi(da caimano)


Dove qualcuno è ancora capace di dare una mano


Senza pretendere niente o farsi prendere la mano


Gridare non vuoi perché sarebbe invano


A fine giornata è l'alba e ti stendi sul divano


Quello che ti viene fatto non è certo un baciamano


Forse, ragazza,nemmeno sai di Anna Karina


Altrimenti da questa tua vita staccheresti la spina


Il tuo profilo annacquato da botte,sfregiato dalla varechina


Tra un sogno infranto e un’eterna sveltina


E se ti guardi allo specchio non vedi più chi c’era prima


Nemmeno sai chi c’è adesso


Ma tanto è lo stesso


Non esiste l’amore, non esiste il sesso


Solo un’esistenza di ferro(o di gesso?)


Esiste solo un nome da dare


Per cui dovrai scappare,fuggire,telare


Telare, fuggire, scappare,telare


Senza chiederti i perché di quello che ti capita


Forse ridendo in faccia ad altri volti ipocriti


Se non gli eviti, almeno,un po’,li vomiti


Non hai più nulla dell’ingenuità della neofita


L’esperienza è qualcosa che non si accredita


In nessuna banca di merda,per quanto avida


La disperazione è qualcosa che alla fine si evita,


Spostandosi:


Via da questi posti senza legge e senza tetto


Persino la notte buia merita rispetto, al cospetto


Per certe scelte non si paga nessun biglietto


Al massimo qualche ruga


Nascosta come una piccola piaga


L’idea vitale e un po’ vaga


Di cosa sia una fuga.Una fuga.


 



 


 


"A Hollywood, a New York, ti dicevano gli uomini: "ehi pupa
Sei uno schianto! Sei venuta?"(Sylvia Plath,estratto da "Lesbo")


 



 


 


                           

"Un mondo di marionette"(quello che dicevano un prologo)

Da due-tre mesi questo blog si è profondamente modificato.Non un cambiamento voluto ma sentito.Ho avvertito  di non riuscire ad esprimermi più con le poesie ma con gli “editoriali pirata”.Ci sono però argomenti o storie che non possono,non da me comunque, essere scritti sotto forma di corsivo.E-come detto-non più sotto forma di poesia classica.Certo, ci sono i racconti ma noto che per delle tematiche(soprattutto sociali o politiche)un’altra via mi viene naturale seguire: quella del testo rap(meglio detto: hip-hop).Finora,incidentalmente,alcuni rap gli ho scritti, mai però inserendoli in una struttura compiuta.Ho deciso(ma ci pensavo dalla fine dell’anno scorso)di farlo ora.Il titolo è un omaggio al film,del 1980, forse il più disperato del Maestro Bergman:"Un mondo di marionette" -sotto tale testata saranno racchiusi i miei componimenti hip-hop.E’ un progetto artistico e, come tutti i progetti,non è preventivabile la cadenza con cui si amplierà il suo contenuto(un testo a settimana? Due o tre al mese? Mi è impossibile dirlo).E’ certo invece quello che sarà di queste pagine,nel prossimo futuro: una direttiva “politico-sociale”(gli editoriali) e una narrativa(racconti,il romanzo e-di tanto in tanto-le recensioni cinematografiche); in aggiunta questa nuova sezione, tutta da sperimentare, come da sottotitolo.”Il mondo perfetto di Anna Karina”, il progetto poetico originario del “blog” può quindi dirsi chiuso.Non scriverò mai più poesie? Premesso che, se si ha qualcosa di buono da dire e lo si dice bene,poesia la si può fare pure con un articolo o altra composizione letteraria-anche se più casualmente-non credo si possa dire “Da oggi non scrivo più le poesie”.Poeti, credo, si rimane per sempre.Se non altro per il tempo, da decenni, dedicato a questa forma d’arte(la più folgorante e delicata).La metto, semplicemente,in aspettativa ma-senza rimpianti-penso sarà un’aspettativa molto lunga.Mi piaceva mettere su”carta” questa impostazione, già presente nei fatti,in queste pagine.Deve essere ovvio che fare testi hip hop non significherà,per me, rifarmi a molti degli stilemi e dei luogi comuni dei rapper.E’ come se considerassi,in fondo,l’hip-hop una strada,già frequentatissima, specie da persone più giovani di me e dicessi:”ok,percorriamola: alcuni tratti li farò a modo mio, senza nessuna regola o tradizione,altri,inevitabilmente, risentendo delle tracce che qualche artista ha lasciato per strada,volutamente. Aggiungo che,personalmente,mi divertiva-e mi divertirà-anche l’uso che l’hip hop consente della rima, senza troppi formalismi.La rima in poesia l’ho frequentata molto di rado,considerandola un limite più che un vantaggio ma-soprattutto- poco rispondente al mio essere “anarchico”.Naturalmente,a questi testi mancherà la musica d'accompagnamento ma, mentalmente,quella può sempre inserirla il lettore.O se sarò stato bravo, potrà trovarla nelle parole stesse, nella loro successione.Come accade nella migliore letteratura, che possiede sempre una sua armonia musicale.



Postilla del 3/3/13 (categoria annullata)

La categoria sopracitata non esiste più..La spinta a sperimentazioni rap non è abbastanza,si direbbe,propulsiva da consentire un'autonomia e quindi un futuro a questa sezione.Cancellare il suddetto prologo,non se ne parla; se non altro per conservare l'incancellabile immagine inserita qui sotto.Queste parole vengono spostate ne "La storia delle mie pagine";i due componimenti hip.hop fin qui scritti, riciclati(come gran parte di quelli-una manciata-scritti in dicembre) nella parte che ingloba le poesie politiche.La modifica del sottotitolo da "quello che dicono un prologo" a "quello che dicevano un prologo" non è necessaria ma esplicativa.



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Christine Buchegger,attrice protagonista di "Un mondo di marionette"

17 feb 2013

Una corruzione da venti denari

Era così bella che quando me lo disse stentai a ridere.Ma sapevo che mentiva. “Se voti il partito che voto io ti concedo una notte d’amore”.Sapevo con certezza che la signorina **** aveva idee politiche ben precise ma il guaio era che io non le avevo affatto.Il giorno del voto, come consuetudine, sarei andato a pranzo da mia sorella nella città di ***** e vi avrei passato la notte.La proposta della signorina ***** arrivò in modo inspiegabile, giacchè i nostri rapporti si limitavano a brevi cenni del capo tra l’inizio e la fine di un turno di lavoro.Nè potrebbe giovare all’economia del racconto dire quali erano le nostre mansioni all’interno dell’ufficio.Mancavano appena cinque giorni al voto  e lei, ora vedendomi costernato, quasi offeso, ripetè”Ha capito bene, signor *****,ha capito bene.Ma, naturalmente, lei mi dovrà dare una risposta nelle prossime ventiquattro ore.Credo sia un tempo considerevole”.La vidi andarsene, soppesando,in modo congruo,i suoi difetti e i suoi pregi e,sinceramente, dicendomi che doveva essere matta.La notte mi arrivò una telefonata del direttore generale che mi avvisava che, se volevo,il lunedì successivo, potevo prendermi un giorno di riposo.Non mi diede il tempo di replicare ed agganciò.L’idea, certo malsana, che vicino a lui avessi,per un attimo,sentito una voce femminile, la attribuii senz’altro al caso.Nè valse a rimpinguare i miei sospetti l’altra idea,anch’essa balzana, che le chiacchere per cui la signorina *****(che d’ora in poi denominerò la corruttrice)fosse l’amante del direttore generale fossero verità e non pettegolezzi particolarmente malevoli.La mattina seguente, radendomi,mi venne da ridere, e mi tagliuzzai leggermente.Corsi-non so perché-interrompendo la prassi della barba-al telefono e feci il numero del direttore:gli dissi che mi ero preso un malanno(e intanto osservavo il piccolo taglio sanguinare, quasi dolcemente) e perciò non solo il lunedì seguente ma pure quella mattina(era un giovedì) e quella successiva mi sarei assentato.Senza sorprendermi il direttore disse-con il tono di uno che sta sorridendo- “Eh,si riguardi, si riguardi,per noi dell’ufficio e per chi le vuol bene.Chissà…forse domenica starà meglio,molto meglio”.Risposi che dipendeva molto dal mio malanno,un accidente di stagione ma…il direttore taglio corto dicendo “Bene,bene,faccia quello che deve”, sempre con quel tono ironico e conciliante,e riagganciò.Telefonai il pomeriggio stesso alla corruttrice.Lei disse che ci saremmo visti nell’albergo di ***** alle18 di sabato.Dissi che andava bene.Conoscevo quell’albergo,c’ero stato un tempo con una signora ma, a dire il vero, era un sabato anche allora ma,non seppi mai perché, lo trovammo chiuso.Però sapevo dov’era il posto.Nè mi preoccupai che,essendo nuovamente un sabato,potessi trovarlo nuovamente chiuso.Mi fidavo della corruttrice.Ero ance tranquillo con mè stesso perché, ne ero certo,una volta ottenuti i suoi favori,potevo certo votare quel che mi pareva,perfino fare scheda bianca.O non recarmi al seggio.Il direttore generale e la corruttrice abitavano in un’altra città, lontana dall’ufficio.Per quanto fossero altolocate le loro conoscenze,ed era risaputo che lo fossero, non mi davano da pensare.Fu un incontro breve e soddisfacente.La corruttrice, va detto,si rivelò un’amante serena e servizievole anche se-buffo non averci riflettuto prima-aveva addirittura qualche anno più di me.Ma, se non fosse stato per qualche piccola ruga sotto gli occhi e per una lieve increspatura nella voce(riflettei che dovesse essere una gran fumatrice,più di quanto apparisse) non potevo,onestamente, darle più di diciannove o vent’anni.Era alta quasi quanto me e, sorprendentemente, aveva un’ironia tipicamente maschile.Quando ci salutammo mi ricordò solo che “la domenica era preferibile recarsi nella circoscrizione elettorale di *****molto presto o, tutt’al più all’ora di pranzo, questo per non incappare in file noiose”.Le dissi che andava bene.La domenica dormii fino a mezzogiorno quindi mi recai, come promessole, da mia sorella, avvisandola solo che sarei arrivato più tardi.Nel fare la valigia risi, perché trovai la calza da venti denari della corruttrice, nella borsa che mi ero portato all’appuntamento.Un bel ricordo, dopotutto.Mia sorella era gentile ed espansiva e, fortunatamente, non si occupava né di politica né sapeva nulla del mio lavoro.Ancora non si era sposata, benché i pretendenti non le mancassero.Parlava solo di nostra madre, di come eravamo felici da bambini e, di tanto in tanto,di com’ero dimagrito.Mi trovava sempre dimagrito, così come io la trovavo sempre uguale.Così, ovviamente, rimasi stupito quando mi chiese,poco prima della partenza-era la tarda mattinata del lunedì, avevo già chiamato il direttore per confermare la mia assenza-se avevo votato e per chi.Trasalii.Non riuscii ad articolare nessun suono.Me ne andai infretta, dicendole che non volevo incappare nella solita coda serale.”Ma se è ancora giorno?”.Presi la valigia(da cui,incautamente,pensai-preoccupandomene senza un reale motivo-non avevo tolto le calze della corruttrice) e me ne andai senza rispondere, sorridendole debolmente.Il martedì trovai l’ufficio chiuso.Chiesi ad un passante cos’era successo e mi disse che non sapeva di che parlavo.Il numero del direttore suonava libero ma non rispondeva nessuno.Provai per molto tempo,ogni tanto fermavo qualche altro passante.Benchè non fosse una giornata particolarmente calda, mi accorsi che sudavo.Corsi allora-la cosa che mi pareva più logica-verso la macchina ed andai all’albergo dove avvenne l’abboccamento con la corruttrice.Mentre andavo vidi che molti altri uffici, ma pure  fiere e negozi, erano chiusi.La gente che camminava per strada sembrava sempre la stessa.All’albergo dissi che avevo dimenticato di segnare l’indirizzo di quella signora che era con me.Mi sarei aspettato una serie di rifiuti netti e storie sul diritto alla riservatezza,invece il portiere mi porse il documento “Tenga.Deve esserselo dimenticato.Lei è il marito.O forse no.Ma questo mica ci riguarda, dopotutto.Tenga lo riporti pure alla signora.”.Guardai il portiere per un secondo infinito: “Come mai tutti questi esercizi chiusi in città?”.”Lo riporti pure alla signora,ripetè”, con una smorfia della bocca che mi inquietava pensare fosse un risolino.Me ne andai con la coda tra le gambe appena preso,repentinamente, il documento d’identità della corruttrice.Abitava in un’altra città, in cui non andavo da anni, ma ne serbavo un pessimo ricordo perché vi avevo fatto due anni il militare.Tuttavia ricordavo ancora abbastanza bene le strade.Quella città,benché più piccola e meno rinomata, sembrava, rispetto alla mia, più viva e agitata.Vidi anche qualche capannello di persone che commentavano i risultati elettorali, ma non riuscii a capire cosa dicessero.Arrivato all’indirizzo in questione mi aprì la corruttrice.Disse che mi aspettava.Mi abbracciò.Disse che avevo superato la prova.Disse che presto sarebbero arrivate altre persone.”Che prova-domandai-che prova?” e solo quando lei mi fece un gesto con la mano,mi accorsi che stavo alzando la voce.”Ora sei dei nostri”.Poi aprì una stanza e mi introdusse in un grande salone.C’era solo un uomo su una piccola sedia, mezzo addormentato.Mi disse :”Questo ha venduto il suo voto per…” e pronunciò una somma in una valuta straniera, che non riuscii subito a convertire.Poi mi portò,prendendomi per mano, verso una finestra.La spalancò lentamente, come se stesse gustandosi quel momento.Sul balcone-in realtà un terrazzo gigantesco-c’erano almeno una ventina di persone, soprattutto uomini.Loro, vedi, sono quelli che hanno venduto il voto per avere un impiego nel nostro ufficio.”Saranno in sede già nei prossimi giorni?”.La corruttrice, che ora si scopriva non essere più tale,rise sguaiatamente, quasi le lacrime agli occhi e mi toccò una spalla: “Questo è quello che gli hanno fatto credere.”Nel lato destro del balcone vidi alcune persone,in maggioranza donne, alcune molto giovani.”Ecco,loro…”disse la signora dalle calze da venti denari.La guardai interrogativo.”Credici,lo hanno fatto.Le più giovani-ma come puoi vedere non sono solo donne- per la prima volta; ma non mancano persone più in là con gli anni;ma in questi casi-e tossì sarcasticamente-il posto promesso non è stato pari a quello degli altri.Non è raro il caso in cui qualcuno di questi,in una prossima consultazione, passi tra coloro che mendicano un posto di lavoro o generici favori,insomma in un certo senso la situazione si inverte..ma la musica, ecco,la musica non cambia”.”Ma che facciamo qui?Cos’è successo al nostro ufficio?”.Ma la signora già non mi prestava più attenzione, ora guardava il cielo.Iniziarono a sentirsi dei rumori grevi.Sembrò risvegliarsi,increspò le rughe sotto gli occhi e cominciò a correre,invitandomi a seguirla.Scendemmo sotto il piano terra,nelle cantine.Aprimmo tutte le celle.Erano una decina.La prima cosa che vedemmo furono i topi.Dietro a questi giganteschi ratti,c’erano degli uomini in ginocchio, alcuni gridavano.Altri pregavano.Quasi tutti cercavano,inutilmente, di impiccarsi alle sbarre delle loro prigioni. ”Vedi,questi sono coloro che hanno votato non col il loro cervello ma con quello dei notiziari governativi o,peggio, senza informarsi.Qualcuno di loro morirà di crepacuore ma,i più sfortunati, vedranno i topi divorarli il cervello.Vieni, ora usciamo.”Scendemmo dalla scala antincendio giù nella strada.Procedevamo mano nella mano.Ora la signora delle calze da venti denari sembrava davvero una ragazza,una ragazza felice.Spalancava gli occhi e saltellava.Le grida dei corpi-forse alcuni già cadaveri-smembrati dai topi risuonvano sempre più lontane e stanche.Arrivati a piedi verso il lungofiume prendemmo una delle barche a remi.”Queste ora non mi servono più” disse buttando a mare alcuni pacchetti di sigarette.Presto il direttore generale avrebbe riordinato le forze e la Resistenza sarebbe stata attaccata, mi disse,come distrattamente.”Come sono andate le elezioni, allora?”le chiesi.Un’onda copri la mia voce e riprendemmo a remare sicuri.


 


Dedicato a Mauro Bolognini e Rosanna Schiaffino




                             

14 feb 2013

Ferrovia

Ci ho una ferrovia.Cioè non è che è proprio una ferrovia.La ferrovia c’è ma io faccio solo il capostazione.Però la sento mia.Ci sto tutti i giorni e tutte le notti,e poi me ne vado al bar della stazione.Io sono il capostazione e tutti lo sanno, tutti mi conoscono.Ci sto bene qua in ferrovia.Il lavoro è sempre lo stesso ma non è molto faticoso: devo alzare la paletta e riabbassarla.Ci ho anche una moglie, cioè, ce l’avevo.Appena è rimasta in cinta ci siamo divisi.Io sono venuto qua a fare il capostazione.La prossima estate finalmente vedrò mio figlio, che ora ha cinque anni,per la prima volta.


 


                                          ***


Al bar della ferrovia c’è sempre un tot di ubriachi.Spesso il padrone li accompagna all’uscita.La cosa che mi fa più tristezza,però, sono le donne sbronze.Quasi tutte vecchie, mi hanno detto che alcune di loro facevano le puttane.Ora hanno solo la bottiglia.Quando mio figlio arriverà qua non lo porterò mai.O forse si.Se fosse una donna sarebbe più duro ma invece così sarà un ometto.Si,imparerà che la vita è bella finchè la merda non riaffiora.


 


                                          ***


E’ arrivato a sera.Io sono il capostazione ma stavolta non c’ero io,non potevo.Il mio vice si chiama Breller.E tutti credono sia tedesco, ma non lo è.Non so da dove sia venuto c’èra già quando sono arrivato io.Breller parla sempre troppo, a volte racconta barzellette sconce, ma in compenso è un pessimo giocatore di carte.Oggi l’ho visto prendere le valigie e ridere,si sarebbe detto che era lui il padre.”Questo è mio figlio”.”Lo so” ha detto e gli ha spettinato i capelli.


 


                                     ***


C’è la ferrovia.E c’è il bar della ferrovia.C’è Breller.Gli ubriachi e le ubriache, e i giocatori di carte.Un ambiente tutto sommato familiare.Ma i primi tempi non sono stati facili.Mio figlio è ancora molto legato alla madre.Però abbiamo parlato parecchio.Breller dice che è questione di tempo.Dice sempre che è tutto questione di tempo.Dice che il ragazzo(ha cinque anni e mezzo,ma lui lo chiama così) presto si ambienterà.Provo a dirgli che starà qui solo un mese ma lui ripete solo “si abituerà”, lasciandomi costernato.La ferrovia mugugna i suoi stanchi rituali, mentre mio figlio fa i compiti alla scrivania di casa.Da quando c’è lui non sto più tanto tempo a casa.In fondo,ma l’avrete già capito,è una stazione di provincia.Breller mi porta le buone nuove anche se faccio fatica a considerarle buone, e tantomeno nuove.Breller dice che ha perso a carte, ma meno male che non ce l’ha come vizio.Breller dice che ha litigato con un’ubriaca.Breller dice che la piana si è allagata.Breller dice che il sindaco ha litigato con la moglie.E dice pure che senza ferrovia non potrebbe proprio vivere.E su questo non posso dargli torto.Certe sere d’inverno la pioggia è così impetuosa che rimaniamo nelle nostre case a guardare qualcuno che amiamo e pensare che siamo fortunati.Io ho mio figlio,anche se presto se ne andrà.Ma Breller dice che il bar è sempre pieno perché c’è tanta gente sola.Breller allora ride forte e, devo dirlo, mostra i due incisivi superiori, o meglio: mostra di non averli.Viene spesso a portarmi notizie.Ormai il turno di notte è tutto suo.


 


                                  ***


Mio figlio un giorno dice che anche lui vuole fare il capostazione.Lo dice mentre sto in cucina a sentirlo che canta un motivo dei cartoni animati.Sento che la interrompe e dice proprio così:” da grande anch’io voglio fare quello che fai tu”.E così,per il piacere di sentirmelo dire ancora,gli domando” e cosa faccio io ?” “tu stai alla ferrovia”.Rido,lo abbraccio; o forse lo abbraccio e rido,non è che me lo ricordi di preciso.Un treno passa e mi distrae.O forse voglio distrarmi per non farmi vedere così da mio figlio.Così che piango.


 


                                   ***


Oggi mio figlio fa l’avvocato.L’estate qualche anno viene a trovarmi, e qualche altro no.La ferrovia non la nomina più,però mi è capitato di vederlo giocare a carte con Breller, e vincere.Ora Breller è in pensione e alcuni degli ubriachi storici sono morti.Altri sono chiusi negli ospizi. Il bar è frequentato solo da qualche turista di passaggio,qualche commesso viaggiatore e qualche vecchio sopravvissuto, a godersi ‘sti ultimi inverni.Il mio vice è un ragazzo taciturno che si lamenta sempre del suo lavoro, e dice che vuole andare nella grande città.Sono sei  anni che lo dice e forse un anno lo farà.Breller dice ce certi tipi sono nati per essere infelici, come lui è nato per vivere vicino alla ferrovia.E per morirci.


 


                                   ***


Ci ho una ferrovia.Un treno da fermare o da far partire.Presto il mio vice prenderà il mio posto.Sempre che i superiori non facciano caso al fatto che tra un turno e l’altro si sbronza al bar.Non lo distingueresti dai beoni storici se non fosse per il fatto che continua sempre a parlare di andarsene nella grande città.Mi è diventato più simpatico perché ora parla di più e quando mio figlio viene quaggiù passano ore a parlare.Vuole sapere tutto della grande città, coltivare i suoi rimpianti, o forse vuole solo dimenticare un altro po’ il suo lavoro.Certa gente non è nata per la ferrovia.Lo abbiamo capito una mattina che lo abbiamo trovato tra le siepi dietro i binari, nascosto appena dai vagoni merci.Ora andrà davvero dove vuole oppure resterà qua per sempre.Tra le siepi intorno ai treni merci, a due passi dal campo santo.E’ davvero tutta questione di tempo dice Brenner, seduto al bar, scuotendo la testa.E alla fine, quando mi siedo accanto a lui,una di quelle non rare notti in cui siamo solo noi due gli unici avventori,ci guardiamo negli occhi lucidi e non abbiamo bisogno di dirci quello che entrambi sappiamo.La ferrovia con i suoi treni di  passaggio,oppure pervasa dal silenzio, come adesso,con il suo bar con facce abituali o di passaggio, la ferrovia con i suoi suicidi e i suoi discorsi di sempre, è sempre là. E’ la per farci compagnia e per dirci, con la sua voce che sa d’acciaio e caffè corretto, che questa era la vita più giusta per noi,il posto migliore che potevamo scegliere.E se non ci abbracciamo è solo perché entra la moglie del nuovo sindaco e chiede a che ora parte il diretto per la città.

9 feb 2013

L'idea di un pettirosso (cap.5)

Ora lo troviamo sul ciglio della strada che ride da solo e guarda un pettirosso che gli si avvicina.In lontananza alcuni passanti ma sembrano-comè giusto che sia-non curarsi di quello strano individuo che sembra riservare tutta la sua attenzione a un pettirosso.Con gesti lenti, quasi robotici, prende il pettirosso sulla mano e comincia a piangere.Questo pianto, tuttavia,non lo scompone o agita, tanto è che il pettirosso rimane sulla sua mano.Al ragazzo/uomo  basterebbe chiuderla per ucciderlo,invece osserva il palmo e il volatile con lo stupore di un ragazzino.Si direbbe che in questo caso è davvero tornato agli anni dell’infanzia ed è come se ora sta giocando con il suo giocattolo preferito e, se ancora avesse il candore che non gli appartiene ormai più,forse, come farebbe un bambino,si metterebbe a parlare con il volatile.Invece rimane a guardarlo chiedendosi(giacchè il nostro protagonista è anche un uomo che ha studiato poco e male) il nome di quell’uccello.L’impressione di chi guardasse questa scena dev’essere che il pettirosso rimarrebbe sul palmo della mano per giorni e giorni, forse l’eternità.Anche il cowboy è oramai immobile,con le sue domande, sembra aver dimenticato i suoi problemi.Quando sentiamo, forte, dall’altra parte della strada, una cabina telefonica squillare,il cowboy si alza di scatto, fa un sospiro e corre come un indemoniato,per poco non finisce sotto ad una macchina.Vediamo il pettirosso nel cielo, possiamo immaginare quasi di vederlo voltarsi,se non fosse già sparito per sempre.Raggiunta la cabina(si è trattato di pochi secondi ma al cowboy sono sembrati secoli)abbraccia la postazione del telefono,in un pianto senza lacrime, poi alza la cornetta e risponde.Qualcuno dall’altra parte della comunicazione(possiamo pure immaginare sia l’uomo con la benda sull’occhio)gli sta magari dicendo qualcosa di preciso e rassicurante,perché il cowboy ascolta come illluminandosi e dice solo “è dall’altra parte della città”, prima di riagganciare.[Riaggancia lentamente come se da quel gesto dipendesse tutta la sua vita].Esce dalla cabina e guarda nel cielo,il suo mento è alzato al massimo,come in un esercizio fisico.I suoi occhi sono quelli di chi si sta rammentando qualcosa,l’attimo che precede quello di ricordarsela.

Un ragazzo che non è più un ragazzo (cap.4)

Da questi primi frammenti deve essere chiaro,evidente che il protagonista della storia è 1-un ragazzo che non è più ragazzo ma sta diventando uomo,ma ancora non lo è.2-il suddetto è alla ricerca di qualcuno 3-tende ad essere taciturno ma ha degli improvvisi scoppi di loquacità 4-deve trasparire un amore “triste” per l’oggetto della sua ricerca che è, come ormai appare ,Sandie Shaw(da ora indichiamola senza virgolette, pur specificando che non si tratta dell’attrice ma di una ragazza che sembra Sandie Shaw nel ’66 o ’67).

7 feb 2013

5 feb 2013

Qualcosa nell'aria: ovvero i film che non ci meritiamo

Se un film del genere viene proiettato in soltanto due sale vuol dire che non ce lo meritiamo.Oliver Assayas crea un’opera post sessantottina(apres mai,il titolo originale) in cui il pubblico e il privato si fondono in un riverbero di colori e di luci.La storia di Gilles e del suo grande amore, Laure, ripiegato poi in Christine,toccano la storia senza ammorbidirla.Apres mai è soprattutto la cronaca(politica e sentimentale) di una fuga(verso l’Italia!) e di un ritorno.E’ un film come oggi se ne fanno pochi, e ne vengono distribuiti ancor meno.La contestazione viene vista con l’occhio dell’entomologo, ma un entomologo speciale: quello che ha deciso da che parte stare.E,in effetti,gli attori del film sembrano delle farfalle spaurite, con le loro indecisioni e rinunce, i loro amori spavaldi,il loro citazionismo ingenuo.Queste farfalle(menzione speciale ad India Menuez, ma tutto il cast fa paura)volteggiano per centoventi minuti in una colonna sonora soft e ruggentemente datata.Non prendetelo per un film politico,perché quando la celluloide diventa Arte allora  qualsiasi discorso del genere è aria fritta.E qua di aria fritta ce n’è poca.Certo Assayas non rinuncia al suo stile fatto di poesie lette sull’erba,momenti di suspense sentimentale calibrati da una regia perfetta che stacca come se dietro questo film ci fosse Pavlov.Da cineteca la scena della lotta tra dinosauri e nazisti con l’attrice pin up che non sa distinguere tra destra e sinistra.Molti di quelli che leggono non avranno visto “L’eau froide”:beh, recuperatelo.Così capirete meglio questo assurdo film(perché assurdo il suo destino) emarginato dagli sciocchi distributori italiani tra le opere che devono essere ignorate o dimenticate.Ma chi lo vede non potrà dimenticarlo; tanto varrebbe di ammettere di non avere più uno sguardo.Neppure sulla storia.Si, davvero non ci meritiamo il falò cinefilo di Assayas,il primo piano onirico e definitivo di Carole Combes.Ma,nonostante tutto,pure qua da noi,le farfalle non affogano tanto facilmente nel pantano delle mediocrità,e i gioielli degli Autori sopravvivono per quei pochi che sanno e vogliono amarli.Proprio come i sogni ad occhi aperti.O gli ideali.



                        

La città e il generale

La rovina.


Come dici, soldato?


La rovina.


Cos’è la rovina?


Non so spiegargliela…


Non stai dimenticando qualcosa, soldato?


Non so…io…non…nossignore


Cos’è la rovina non mi interessa.Io vedo solo un incendio laggiù ma abbiamo abbastanza uomini per sedarlo.Tu hai una moglie,soldato?


Sissignore…cioè, ci sposeremo quando tornerò dalla rovina, da…insomma, quando tutto questo sarà finito.


E cos’è tutto questo?Forse hai paura di qualche muro che crolla o che rimarrà screpolato per sempre?


Il soldato vegliava sul campo.Il generale scriveva lettere violente al suo avvocato divorzista.Pensava al giorno del ritorno.Pensava al Presidente che l’avrebbe accolto e premiato con una medaglia.Si sarebbe rifatto una famiglia,con qualche ragazza più giovane e senza grilli per la testa.Ce n’erano?L’avvocato rispondeva citando articoli assurdi e,ogni tanto,cose riportategli dalla moglie.Preso da quella pletora di norme,precisazioni, postille e compromessi,il generale dimenticava la sua città in rovina.Il soldato solo la vedeva, anche se non ne conosceva le parole per raccontarla.E,mentre gli incendi continuavano a propagarsi e l’esercito indietreggiava,il generale cercava nuovi termini per le sue missive furibonde.Una notte si sentì uno squarcio nel cielo.Il giorno dopo seppe che il soldato era morto.La sua bara sarebbe rientrata a casa già il giorno dopo.Il generale scrisse alla ragazza che non sarebbe mai più diventata sua moglie, parole dure e compassionevoli.La lettera più lunga della sua vita.Il nuovo soldato di guardia era di orgini messicane.Anche l’accento lo tradiva nettamente.Non dimenticava mai di dire sissignore e non parlava mai della guerra.Anzi,non parlava mai di niente.Così, nel silenzio delle notti funestate,il generale voltava le spalle al baratro e scriveva le sue lettere per ingannare la morte.Ma,nonostante tutta la sua sapienza non poteva sapere che la signora con la falce può, almeno per un poco, essere ingannata, ma la guerra mai.Il messicano vegliava affinchè potesse tornare a casa, a sposare una tranquilla ragazza di campagna.


Soldato, sai cos’è la rovina? Disse il generale, uscito fuori dal palazzo.


Il messicano disse nossignore e scosse la testa.


Sei sposato?


Sissignore


Hai figli?


Quattro, signore.


Io,invece, mi sono inventato una moglie,dei figli,un avvocato divorzista e sa il cielo cos’altro per ingannare questa guerra assurda, capisci?


Il messicano pensava che il generale fosse impazzito ma disse soltanto le quattro sillabe che gli avevano insegnato.


Solo la ragazza di campagna dai capelli color del grano,il suo volto dilaniato dalle bombe,erano reali.


Quando l’incendio arriverà fin qui, noi scapperemo e tu verrai con me, soldato.


Scapperemo? E come, signore?Poi si pentì di quella domanda ardita e abbassò lo sguardo.


L’uomo che scriveva lettere immaginarie sulla guerra scosse la testa:il messicano non aveva capito nulla.Rientrò nel palazzo illuminato a giorno dalla luce del fuoco.

3 feb 2013

L'amore e l'inverno

Il mio amore per te non vedrà mai l’inverno


Ma solo lampi di luce sui glicini ghiacciati


Il tuo sorriso darà ristoro ai miei pensieri


Fiocchi di neve tra le nostre mani calde

Sciopero

Mi piace stare qua


A crogiolarmi nel sole e nella pioggia


Provare a ridere in faccia al dolore e alla rabbia


Niente di niente di niente


Chi ha detto che dall’ozio nascano tutti i vizi


Era il proprietario di una di quelle fabbriche


Dove gli operai venivano sottopagati


E le donne venivano licenziate o ammazzate


Perché in cinta del figlio del padrone


Mi piace stare qua a far finta di morire


Mi piace stare qua a immaginare con gli occhi


Le scritte da apporre


Sui muri delle fabbriche di napalm


Chi ha detto che bisogna spaccarsi la schiena


A lavorare dodici ore al giorno


Ha già pronte le lettere di dimissioni in bianco


E un bel discorso


Per quelli che cadono dalle impalcature


 


[Nata come poesia confessionale è diventata in corso d’opera un insieme di versi politici]