> il mondo perfetto: Claudio Lolli

5 set 2018

Claudio Lolli

Claudio Lolli se n'è andato subito dopo Ferragosto. E' morto nell'indifferenza di tanti colleghi che, a differenza mia che nel periodo estivo stacco quasi totalmente con le news, certo avevano sentito la notizia.
Oggi i cosiddetti grandi cantautori (Guccini, Vasco, Ligabue, Enrico Ruggeri, Samuele Bersani; per citare quelli a cui ho scritto, rimproverando la dimenticanza per la dipartita di un loro Maestro- almeno Maestro di quelli nati dopo il 1950 e attivi sulla scena quando Claudio era già un affermato poeta, in musica, underground).
Questo paese è la caricatura del tributo al vero intellettuale: preferisce dimenticare e idrolatrare la Genna di biscazzieri e politici, piuttosto che un grande artista.
Lo ha ricordato, tra i colleghi più importanti, solo Luca Carboni che fece una cover di un suo pezzo storico, Ho visto anche degli zingari felici.
Per capire l'indifferenza verso Claudio, questa figura storica e sentimentale del cantautorato credo bisognerebbe partire, per esempio, da un Sergio Citti- regista di derivazione pasoliniana, e collaboratore di quest'ultimo. Chi ha scavato su questo martoriato Paese, chi ha voluto far riflettere; e per di più lo ha fatto senza arrivare a una celebrità conclamata, ma restando nell'enclave ombrosa della marginalità (come se l'Arte si misurasse in copie vendute); chi insomma non era un presenzialista ma "soltanto" un vero intellettuale- uno degli ultimi- non è colui che riceverà la gloria- tantomeno se non si "perita" di dirci Addio in un soleggiato post ferragosto. L'Italia era vilmente e massmediologicamente assiepata ad osservare- come sciacalla che fa capannello a un'incidente- l'ennesima strage annunciata (il crollo di un Ponte). Per Claudio lo spazio è stato poco. Come in un contrappasso feroce, per chi dato troppa- ammesso che possa mai essercene troppa- Poesia.

Io ti racconto lo squallore di una vita vissuta a ore, di gente che non sa più far l'amore.
Ti dico la malinconia di vivere in periferia, del tempo grigio che ci porta via.
Io ti racconto la mia vita il mio passato il mio presente, anche se a te, lo so, non importa niente.
Io ti racconto settimane, fatte di angosce più che umane, vita e tormenti di persone strane.
E di domeniche feroci passate ad ascoltar le voci, di amici reclutati in pizzeria.
Io ti racconto tanta gente che vive e non capisce niente alla ricerca di un po' d'allegria.

Io ti racconto il carnevale, la festa che finisce male, le falsità di una città industriale.
Io ti racconto il sogno strano di inseguire con la mano un orizzonte sempre più lontano.
Io ti racconto la nevrosi di vivere con gli occhi chiusi, alla ricerca di una compagnia.
Ti dico la disperazione di chi non trova l'occasione per consumarsi un giorno da leone.
Di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infinita con quattro soldi stretti tra le dita.
Io ti racconto la pazzia che si compra in chiesa o in drogheria, un po' di vino un po' di religione.

Ma tu che ascolti una canzone, lo sai che cos'e' una prigione? Lo sai a che cosa serve una stazione?
Lo sai che cosa è una guerra? E quante ce ne sono in terra? E a cosa può servire una chitarra?
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti, e continuiamo a dire e così sia.
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti, e continuiamo a dire, a dire, a dire: così sia.


Claudio Lolli, Io ti racconto