> il mondo perfetto: Once upon a time (in) Hollywood

14 mar 2018

Once upon a time (in) Hollywood

Chi si aspetta dal prossimo film di Tarantino solo la sanguinolenta cronistoria degli omicidi a Cielo Drive del 9 agosto 1969, forse resterà deluso. Già dal titolo... Once upon a time in Hollywood, il regista americano ha chiaramente indicato la strada (perduta).
L'operazione nostalgia sul Cinema era già insita nelle prime due opere: Reservoir Dogs e- ancora di più- Pulp Fiction, e perfino nelle sceneggiature di quegli anni (True Romance, in particolare, ma anche Dal tramonto all'alba e- benchè stravolto da Stone- Natural Born Killers). L'idea di un cinema tutto sangue e pellicola- in cui la violenza sia qualcosa che arriva in ogni situazione- così come la quotidianità (killer che prendono il caffè mentre ripuliscono un auto dal suo contenuto emoglobinico o parlano di canzonette preparando un colpo). C'era una volta Hollywood sarà quindi l'occasione per incensare ancora il Cinema che fu: e, per forza di cose, essendo ambientato tra il '69 e il '70, un omaggio alla Hollywood dei kolossal ma anche dei Corman (i b- movies !) che proprio in quegli anni cedeva il passo alla New Hollywood, quella de Il Padrino e Il Laureato ma anche- proprio nel '69- Easy Rider, il cinecult che di fatto apre quella stagione di grandi pellicole e grandi attori- l'ultima prima dell'irruzione di effetti speciali digitali, consacrati poi negli anni '90. C'era una volta Hollywood- prevedo- sarà un lungo shock tombale (lapidario) su come l'arte filmica si capovolge e incrina, nel suo stesso classicismo. L'epopea di Rick Dalton (Di Caprio) e la sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt)- che vorrebbero passare dalle serie tv al Cinema (l'esatto contrario di quello che accade oggi) potrebbe essere the last wor(l)d non solo su quel tempo scomparso ma soprattutto sul Cinema tout court. La strage di Manson- le, stragi di Manson- come simbolo deflagrante e naturalmente atroce- sull'agonia di quel mondo- ultimo colpo di reni del cinefilismo (perlomeno americano). Un colpo di reni durato più o meno trent'anni (la generazione magica dei Pacino, Nicholson, De Niro, Hoffman) e soppiantato, poco prima della fine netflixiana di questi anni, proprio dal nichilismo tarantiniano. Scambiato a lungo- troppo a lungo- per distruzione del Cinema- quando era (è) null'altro che la sua messa funebre, sospesa tra Godard, De Palma e John Woo- con dosi pesanti di Bruce e Brandon Lee, Leone e Fulci. Tutti autori e interpreti- tranne il povero Brandon Lee- già affermati o esordienti in quegli anni. C'era una volta Hollywood sarà la distesa cinerea- a 24f/s-  di immagini classiche. Once upon a time Hollywood- C'era una volta Hollywood: sarà questo il destino cinemaografico di Once upon a time in Hollywood- C'era una volta a Hollywood. L'eterna, e forse ineluttabile, mania d'amore di un regista che se guarda al presente è per decantare il passato. Anche nei suoi film più urgentemente contemporanei (Death Proof o Pulp Fiction, True Romance- diretto da Tony Scott) il passato gronda e gongola, si attribuisce meriti e si compiace di sè. Il presente è solo una controfigura, un Cliff Booth (o uno Stuntman Mike, se preferite) strumentale alla (nona) sinfonia tarantiniana. Ed era inevitabile che, per "stuprare" il presente, si arrivasse a pizzicarne anche il suo riflesso più paradigmatico: le serie tv. Che non sono oggi, nemmeno negli States, quello che erano a fine anni sessanta. Ma sul perchè il Cinema ha pochissimo da spartire con le serie tv- specie coeve- mi soffermerò, a breve, nel prossimo scritto sulla celluloide, quel che ne resta.

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                                 C'ERA UNA VOLTA (A) HOLLYWOOD

                                           Saggio su Quentin Tarantino
                                                    di Luca Spagnoletti

Prologo

Il cinema di Quentin Tarantino nasce come un neorealismo patinato, che ha nella pop art e nel punk ribelle la sua cifra esistenziale.
Non si può affrontare l'argomento senza prendere in considerazione il suo primo film, il cortometraggio My best friend's birthday, facilmente reperibile sul web.

Già in questa occasione la cifra del regista del Tennessee è chiara, permeata da un bianco e nero che rivela, non senza originalità, il suo paradigma più evidente: il classicismo. Attenzione: i film di questo autore seminale non sono solo un omaggio, come è evidente, a tutto il Cinema ma sono essi stessi esercizio di Cinema, nel senso di movimenti di macchina: l'omaggio quindi non è solo contenutistico ma rifulge anche nei movimenti di macchina. Dividerò questo prologo in quattro capitoli: uno dedicato al cortometraggio di cui sopra e gli altri tre alle sue sceneggiature più importanti; quindi affronterò, dedicando a ciascuno un capitolo, i nove lungometraggi fin qui girati dal regista di Reservoir Dogs, che come vedremo sarà il suo funereo e scoppiettante esordio nel (quasi) mainstream...