> il mondo perfetto: Tenersi in mano i semi cattivi

1 dic 2013

Tenersi in mano i semi cattivi

C'era ancora gente che faceva confusione tra un giocatore di professione e un giocatore d'azzardo.Non poteva fare a meno di correggerli.Ne aveva conosciuti parecchi di bari e si chiedeva se anche loro avessero lo stesso problema.Ma forse,per quelli,essere scambiati per giocatori professionisti doveva essere un onore.Era quello che si aspettavano.Il loro posto nel mondo e al tavolo da gioco.Quando me ne andai da Las vegas perchè volevo farla finita con quella vita non sapevo ancora che ne avrei cominciato una peggiore.Sarebbero arrivati i giorni e le settimane in cui avrei sognato il tavolo da gioco, i silenzi,gli sguardi.In cui avrei perfino rimpianto i gambler e i bluff.Allora ero giovane ed inesperto,che è un po' il modo di dire di chi,a trentanni,non ha ancora trovato la sua strada.Sai già che non la troverai più, però ti lasci andare alle illusioni.Sono le cose più difficili da sradicare le illusioni,una carta sotto il tavolo che ti cambia la vita.Ecco,lei non fu tanto mia moglie quanto l'illusione che mi sembrava più pura.Mi disse che si chiamava Vera e che i suoi nonni erano venuti in Colorado a cercare fortuna.Avevano aperto un ristorante,poi il padre lo aveva perso al poker.Lei era uno di quei tanti volti che avevano provato a fare cinema ma non ci erano riusciti,più per mancanza di vera ambizione che altro.Questa ragazza non è abbastanza cattiva,fu la prima cosa che pensai gaurdandola per la prima volta negli occhi.Questa ragazza non si fa abbattere dalla vita,fu la seconda cosa che mi venne in mente.Continuavo a guardarla -il suo volto chiaro,i capelli biondi che mi richiamavano questa o quella diva degli anni settanta,tanto che l'avevo soprannominata Cybill,la sua magrezza così evidente da farmi chiedere se conosceva la parola anoressia- e mi domandavo se fosse proprio lei la persona giusta a cui rivelare il mio passato.Lo feci.Lei decise che era buffo.Per molti mesi era convinta che la imbrogliassi,che avessi ripreso a giocare.Diceva che tutti i suoi uomini l'avevano tradita e che io non sarei stato da meno.Quando ci sposammo lei disse "si" con quel tono che hanno le risposte quando si sta facendo dell'altro,parole buttate a casaccio mentre non si ascolta.Fu solo alcuni anni dopo che ripresi le carte in mano.E cominciai a perdere.Lei disse che se lo aspettava.Aggiunse che non era la tipa da scenate.Disse anche che era in cinta e che se fosse stata una bimba si sarebbe chiamata Louise,perchè sua nonna materna era sputata a un'attrice che portava quel nome.Era talmente presa da quella questione dei nomi che sembrò dimenticarsi di me,del mio vizio.Disse che i suoi ci avrebbero dato una mano ma io potevo fare come volevo,non voleva passare tutto il suo matrimonio a recriminare ed urlare.Nelle settimane successive era presa solo dai pensieri del post-parto.Come perdere i chili che aveva accumulato.Non poteva saperlo,allora,ma Vera era una di quelle persone che non sarebbero mai ingrassate,come un dono divino, bilance bruciate,e non truccate, lasciate ad impolverarsi.Tranquillo, me ne andavo per il paese a fare mani di poker,in attesa del grande colpo vincente,l'uppercut che ci avrebbe sistemati.Lei mi sfotteva dicendo che ero solo un baro e che,anche se avessi vinto lo avrei fatto con l'inganno,e quindi quei soldi non li voleva.Era così convincente nella parte che le prime volte me la prendevo e le spiegavo la differenza tra un baro ed un giocatore di professione.Poi lei scoppiava a ridere.Sembrava fosse soffocata dai suoi singulti.

Guarda, Lulù...il grande Joe,tuo padre,è un bell'uomo,un tipo simpatico ma..ecco.. non è molto ironico, cosa strana: di solito capita a noi donne.- Lulù batteva le mani e ripeteva,storpiandola,la parola ironia.Era quello il ricordo che mi portavo in giro per la West Coast,con dei pezzi di cartone colorato in mano. A volte ci scambiavamo lunghe lettere.Lei diceva di Louise-che ormai tutti chiamavano Lulù- e di come si preparava ad andare in prima elementare.E  concludeva,immancabilmente,"al mio amatissimo baro,che mai mi ingannò...".Ricevevo le sue lettere a una casella postale di San Francisco e quei minuti di lettura restavano i più felici della mia vita.A volte le rileggevo pochi istanti prima di una partita e,rimesso il foglio spiegazzato nella tasca del giubbotto,chiudevo gli occhi e pensavo di essere ancora in Colorado.Volevo tornare a casa.Era l'unica cosa che non riuscivo a scrivere,nemmeno tra le righe.Fu solo allora che capii come l'illusione fosse diventata mia moglie,inaspettatamente.E la dimenticai.