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11 dic 2013

I trucchi della domenica

L'edificio da lontano sembra il Louvre...e avvicinandoci l'impressione non cambia molto.Se l'espressione "silenzio irreale" ha un luogo in cui essere ospitata è certo questa.C'è una donna che apre una finestra a uno dei piani alti.E' anziana,forse già una settantina d'anni.La sua tenuta da infermiera è lisa ma non appaiono segni di noncuranza nei suoi abiti.Tiene tra le mani un cuscino che sbatte in modo velocissimo.Ci sono delle voci provenienti alle spalle della donna.Quando questa si gira,si trova di fronte una ragazza sui ventitrè anni.Ha i capelli a caschetto,delle leggere occhiaie e le labbra imbronciate,come per una domanda perpetua.La donna lascia il cuscino su una sedia e le prende una mano.Le dice "Lulù devi andarci è tuo padre",ma glielo dice con gli occhi,proprio con lo stesso linguaggio afono della ragazza.Lei non risponde e inizia a saltellare verso un corridoio più grande dove due donne di una quarantina d'anni giocano a carte.Si siede ed osserva per un po' il gioco,Intorno c'è solo una donna che fa le pulizie,getta da un flacone del liquido rosso sul pavimento.Lulù la osserva,anche a lei,per un poco.Poi si alza.Resta ferma.Risalta nel suo corpo,benchè non sia altissima, tutta la magrezza.Poi guarda una delle due donne (quella che ora distribuisce le carte) e dice qualcosa a proposito della domenica.L'altra la fissa,le sorride,poi sbuffa,poi sorride di nuovo.Fa un cenno alla compagna di gioco e poi si alza,molto lentamente,visto che è zoppa.Percorrono all'inverso il cammino,dalla sala "giochi" fino al corridoio precedente:l'infermiera anziana sorride,prima alla "giocatrice" poi all'altra,che a sua volta ricambia il sorriso.L'infermiera e la giovane paziente entrano in una stanza sostanzialmente disadorna: c'è solo una scrivania con un telefono.(La giocatrice se ne va,inaspettatamente,per quanto le è consentito,speditamente).Nella stanza con scrivania è seduta una signora di mezza età,bruna e formosa,con gli occhi malinconici che,appena le vede entrare apre un cassetto e tira fuori una piccola trousse.

"Se servisse a qualcosa "dice Lulù

"Tutto serve a qualcosa,no ?"

"Non voglio farmi vedere con queste occhiaie da mio padre"

"Un po' di trucco,infatti,non ha mai fatto male a nessuno"

"Sono sei " dice Lulù,stiracchiando le dita.La pronuncia,questa frase,come se contenesse qualcosa di più profondo rispetto al mero dato statistico.

"Mi piacerebbe essere come  lei" dice Lulù

"Ti piacerebbe essere una psicoterapeuta?"

"Mi piacerebbe non avere occhiaie,senza ricorrere al trucco"

La dottoressa si alza, sfiora una spalla della ragazza e le sorride come a dirle "stai bene così".Poi prende con una mano la trousse e la contempla,come assorta,per qualcos'altro:infatti i suoi occhi sono rivolti alla finestra,da cui entra in modo quasi insolente un raggio di sole.

"Non so..."

"Si ?"

"Non so per chi lo faccio.Se davvero voglio incontrarlo o se voglio solo che non ci rimanga male".

La dottoressa fa un cenno di assenso con il capo,come chi ha capito davvero,interiormente.

"Gli occhi..." dice la dottoressa.E,ad osservarla bene,non si può fare a meno di notare che pare il ritratto di Martina Gedeck. C'è uno specchio sulla parete opposta,a destra della porta d'entrata:la dottoressa e Lulù ci si avvicinano,forse non pensierose ma comunque silenziose.

"Non è giusto fidarsi dell'eyeliner" dice Lulù,in tono neutro.E la dottoressa,che conosce questa sua caratteristica (che, forse,è soltanto una predisposizione a parlare per metafore!) abbozza un sorriso.

Restano lì,ferme per un attimo,ad aprire la trousse,mentre un sole imperioso e senza tempo le colpisce alle spalle.